• 2009

L’IMPORTANZA DEL FIENO NELL’ALIMENTAZIONE DELLE BOVINE

Parmigiano-Reggiano Notizie, giugno 2009 - INFORMAZIONI TECNICHE di Marco Nocetti, responsabile del Laboratorio di tecnologia applicata del Consorzio

Il Laboratorio di tecnologia applicata del Consorzio ha organizzato, lo scorso 16 giugno a Reggio Emilia, un convegno per presentare e discutere del volume scritto dai ricercatori del Laboratorio e che racchiude le ricerche e gli studi svolti dal Consorzio dal 1995 al 2008. Tra i relatori anche il professor Andrea Formigoni, che ha trattato nello specifico il tema della qualità dell’alimentazione delle bovine, sottolineando il ruolo chiave che ha il fieno per l’animale e per la produzione di Parmigiano-Reggiano.

Il 16 giugno si e’ tenuto a Reggio Emilia un convegno in cui e’ stato presentato il volume che sintetizza le ricerche effettuate dal Laboratorio del Consorzio dal 1995 al 2008.
Chiediamo al dr. Marco Nocetti, che del Laboratorio e’ il direttore, di illustrarci in sintesi i contenuti del convegno.

Perché è stato organizzato questo convegno?
Il convegno è stata una buona occasione per fare il punto sui principali temi tecnici che attengono alla filiera del Parmigiano-Reggiano e cioè l’alimentazione delle bovine, le peculiarità del latte, la tecnologia di trasformazione, la specifica microbiologia della nostra filiera e le caratteristiche del prodotto finito.
Su questi temi abbiamo chiesto ad alcuni ricercatori che in questi anni hanno lavorato con noi di sintetizzare quanto emerso e di evidenziare i punti più attuali ed importanti, anche in prospettiva.
Vorrei oggi soffermarmi sulla prima relazione (rinviando alle prossime puntate l’illustrazione delle altre), quella presentata dal prof. Andrea Formigoni dell’Università di Bologna sulle specifiche caratteristiche dell’alimentazione delle nostre bovine, in particolare per quanto riguarda il ruolo del foraggio. E’ questo infatti un aspetto fondamentale del nostro sistema produttivo, motivo per cui il disciplinare ne impone l’uso in quantità adeguate, definendo così una peculiarità molto spiccata del nostro sistema produttivo di cui si può affermare che è senz’altro quelli in cui le bovine assumono più fieno.

 

Perché fu fatta fin da tempi remoti questa scelta così impegnativa, anche tenendo conto dei costi agronomici che impone al produttore?
Per due motivi: uno di tipo “difensivo”, e cioè proteggere il nostro latte dalla contaminazione da spore di clostridi gasogeni, scarsissimi nel fieno e viceversa abbondanti negli insilati; questi microrganismi se non sono patogeni per l’uomo sono la peggior minaccia alla “salute” dei formaggi a pasta dura per cui, se non se ne previene la presenza all’origine si è costretti a controllarli durante il processo produttivo tramite l’utilizzo di additivi che invece, noi, non vogliamo usare per il loro effetto sulla qualità del prodotto stagionato.
Ma vi è anche un motivo positivo, legato al fatto che la medica, che è invece il foraggio che costituisce la base della dieta delle nostre bovine, è una preziosa fonte di proteine, il che permette di ridurre al massimo l’apporto di queste da altre fonti, ad esempio soia, oltre che di fibra.

D’accordo: il fieno fa bene alla vacca ma e’ anche una zavorra che impedisce produzioni elevate…
No. E’ proprio su questo aspetto che si è incentrata la presentazione, che ha dimostrato come, per i ruminanti come sono le nostre bovine, la fibra, ove sia di grande qualità, non debba essere considerata una zavorra ma, viceversa, un’importante fonte di energia in grado di essere utilizzata senza le controindicazioni che spesso accompagnano ad esempio l’uso eccessivo o improprio di mangimi, come ad esempio la riduzione del titolo di grasso del latte (con le gravi ed inevitabili ripercussioni sulla debatterizzazione del latte collegata all’affioramento e la perdita di resa e di qualità nel prodotto finito.

Questo significa che il foraggio in realtà è anche un po’ mangime?
Può essere così dove, come per il mangime, si lavora cercando la qualità, destinando ai vari tipi di animali (manze, fresche, asciutte ecc.) il fieno valutandone regolarmente ed adeguatamente la qualità. Infatti oggi è chiaro che, oltre al tenore proteico, il fieno va valutato anche per altri parametri, in particolare la fibra NDF (anziché la vecchia “fibra grezza”) e, soprattutto, la digeribilità di questa, che è il fattore che più di tutti ne descrive la qualità; tra foraggi scadenti ed ottimi può variare dal 2-3 all’8-9%, con variazioni cioè 3-400%!
Tali variazioni sono legate a molteplici fattori (genetica vegetale, stress, temperature ambientali, quantità di precipitazioni ma,soprattutto, età del taglio (lo stesso campo segato a 20 o 35 giorni dà fieni con caratteristiche di digeribilità dell’NDF drammaticamente diversi).

Insomma il fieno non e’ tutto uguale!
No, vi è anzi, come detto, una grande variabilità per quanto attiene al tenore proteico ed energetico: è perciò importante abituarsi ad analizzare frequentemente il fieno e ad adeguare le pratiche agronomiche in funzione dei risultati che si sono (o no) ottenuti.
Per effettuare queste analisi sono oggi disponibili metodiche analitiche basate sulla tecnologia del NIR che permettono di avere informazioni accurate in tempi brevi e a costi abbastanza ridotti (anche se dovranno calare ulteriormente per diffondersi come è necessario che avvenga).
Oggi sappiamo che utilizzando fieni di elevata qualità è possibile sostenere produzioni quali-quantitativamente elevate rimanendo all’interno delle prescrizioni del disciplinare e senza esagerare con il mangime. 
 

 

 

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